L’AUTORE

Da adolescente me la cavavo abbastanza nel disegno. Disegnavo delle belle immagini a matita che purtroppo sono andate perdute. C’era un disegno del motore di una Rolls Royce Camargue. Era grande e per la sua ombreggiatura avevo usato tre matite. Ricordo le ore trascorse per la sua creazione durante le vacanze estive e la musica che ascoltavo mentre lavoravo. Ero destinato ad andare all’Accademia delle Belle Arti, ma le circostanze familiari hanno fatto sì che non ci sia mai arrivato. E così ho finito per ottenere un lavoro.

La mia carriera lavorativa è iniziata nel campo dell’architettura, dove con le dita macchiate d’inchiostro e una squadra regolabile trasformavo i concetti dell’architetto in disegni tecnici. Alla fine i tavoli da disegno furono abbandonati a favore dei computer, il che mi ha portato a forgiare una carriera facendo uso delle arti oscure della tecnologia dell’informazione. Il mondo tecnico in cui mi sono ritrovato non è proprio adatto agli artisti, e quindi per molto tempo non ho fatto nulla di creativo. L’artista in me era stato del tutto soppresso.

Soppresso ma non dimenticato e, certamente, non perduto. C’era ancora un filo che ci legava. L’artista mi ha chiamato dal deserto, sussurrandomi nell’orecchio, alterando in maniera sottile la mia percezione delle cose. Ha alimentato la mia mente quando ho avuto bisogno di sfuggire dal tedio che talvolta il lavoro può portare. La lettura era quel filo e non ricordo un periodo in cui non stessi leggendo almeno un libro.

A volte, però, la lettura non è sufficiente. Non c’è stato un momento specifico in cui ho deciso di scrivere un romanzo. Non c’è stata una rivelazione. Un giorno ho semplicemente iniziato a scrivere su come avevo ricevuto l’orologio d’argento menzionato in “Amantarra”. Ho poi aggiunto a quel dono un aspetto fantasy, che ha portato alla nascita di Valheel, alla creazione di Elleria, Amantarra e di un mistero che le circonda. L’artista era scappato.

Diversi mesi dopo la pubblicazione di “Amantarra” sul Kindle, ho incontrato qualcuno che non vedevo da trent’anni. È un amico di mio padre e lo conosco da quando avevo quattro anni. A un certo punto della conversazione gli ho detto che ero un autore pubblicato. “Non sei cambiato” è stato il suo commento. Sembrava deluso che ancora trattenessi alcuni aspetti dalla mia infanzia. Le cose da cui pensava che mi sarei allontanato una volta cresciuto. Non so cosa si aspettava che fossi diventato, ma non mi scuso di averlo deluso. Non ho mai smarrito l’attrazione che provo per l’immaginario che una buona storia è in grado di evocare. Spero di non smarrirla mai.

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© 2019 by Richard J Galloway.